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di Marco Passavanti

Chiunque frequenti oggi un qualunque corso di yoga in qualsiasi parte del globo, fin dalle prime lezioni scopre che, oltre a due fasce muscolari dette ischiocrurali, a un diaframma, a sette cakra e a tre nāḍī principali, possiede anche un «ego».

Questo ego, ci viene detto, è responsabile di quasi ogni male del mondo, dalla fastidiosa allergia agli acari che ogni tanto ci tormenta fino al buco nell’ozono:

Non riesci a portare la fronte sulle ginocchia in paścimottanasana? È a causa del tuo ego che ti impedisce di abbandonarti e allungare i tuoi muscoli.

 

Non riesci ad «aprire il cuore»? Ovvio, sei troppo «mentale» a causa del tuo ego.

 

Il guru davanti a cui tutti si genuflettono ti sembra dire delle solenni cretinate? È il tuo ego che ti impedisce di avere fede.

A volte anche la semplice vista di altri esseri umani ti infastidisce? È il tuo ego che soffoca l’amore incondizionato che è dentro di te.

I tuoi ileopsoas sono tesi come corde di violino? Sono le tensioni dell’ego che bloccano i ‘muscoli dell’anima’.

Il tuo diaframma è ‘bloccato’? È il peso del tuo ego.

Il bambino ferito che è dentro di te è in prognosi riservata? È il tuo ego che ti impedisce di abbracciarlo e guarirlo.

Ti è venuta l’influenza, il cancro, o la psoriasi? È colpa del tuo ego che ti ha portato ad ammalarti.

Non sei ‘orgasmico’, la tua vita non è un’estasi ininterrotta? È a causa del tuo ego che ti limita.

Dopo anni di yoga la pasta alla carbonara con il guanciale fritto ti sembra ancora squisita? È il tuo ego che ti impedisce di abbracciare il vegetarianesimo.

ego 2

L’elenco potrebbe continuare all’infinito. In sostanza questo «ego» sarebbe ciò che si frappone tra noi e la felicità, la salute, e una vita finalmente vasta, ricca e appagante. Basta rimuoverlo e tutto per magia si trasforma. In sostanza si tratta un invito cordiale alla guerra civile: «io» dovrei liberarmi di un «ego» così da realizzare una condizione in cui finalmente «io» sarò ‘radiante’, ‘libero’, ‘felice’, ‘integrato’, eccetera.

Per riuscire in questa titanica impresa c’è bisogno, un gran bisogno, di tecniche, in certi casi presentate come veloci, semplici e immancabilmente efficaci, e in altri come ardue, esoteriche e incredibilmente lente (spesso richiedono vite e vite). Chi fallisce o non mostra alcun segno di diminuzione dell’ego deve impegnarsi di più, lavorare più duramente, cambiare tecnica, avere più fede, eccetera.

La mia personale opinione è che questo genere di narrazione sia una vulgata tragicamente naif di temi importanti discussi nelle tradizioni filosofiche e religiose asiatiche, con l’occasionale aggiunta di altri ingredienti: un po’ di psicologia e di bioenegretica, un po’ di new age, un po’ di psicomagia e di sciamanesimo, un pizzzico di astrologia karmica, eccetera.

Se guardiamo alla questione dell’identità (il banale «chi sono io?») come affrontata nelle tradizioni indiane, ci accorgiamo subito che le risposte che sono state date a questo problema sono tantissime, e in molti casi diametralmente opposte, e se anche restringiamo il campo alle tradizioni yogiche, le gamma delle visioni proposte resta comunque assai ampia. A questa pletora di visioni si sommano enormi problemi terminologici e di traduzione: «ego» o «io», nella nostra lingua, è già di per sé un termine ambiguo e sfaccettato, figuriamoci quando viene usato per tradurre concetti complessi come ahaṃkāra, asmitā o ātman.

Ne risulta un quadro di sconcertante confusione, dove tutti parlano di «ego» senza ben precisarne gli ambiti di riferimento: l’«ego» è diverso dall’«io» o dal «sé»? Cosa dire dell’ultima presunta citazione del Dalai Lama che abbiamo letto su Facebook, dove c’era scritto che l’ego è la causa di tutta l’infelicità umana, e che la vera spiritualità consiste nel lasciare andare l’ego?

Ma davvero secondo i buddhisti «non esiste un io»? Se lascio andare l’ego sarò ancora in grado di «essere assertivo e performante», potrò ancora usare la prima persona singolare? Come fare a «lasciare andare il falso sé e trovare il vero sé»?

L’ego e la «mente che mente» sono la stessa cosa? E quelli che dicono che il più grande trip del’ego è la rinuncia all’ego? Eccetera eccetera.

A fare chiarezza su una questione così vasta non ci provo neppure, sarebbe pura presunzione. Va al di là delle mie capacità. Mi limiterò a esprimere una serie di consigli o spunti di riflessione che secondo me un insegnante di yoga dovrebbe tenere presente ogni volta che si accinge a usare il termine «ego» o «io»:

1) A quale punto di vista, guru o tradizione ci rifacciamo? Qual è la visione che ci ispira? Adottiamo il punto di vista del Sāṃkhya / yoga? Quello delle scuole buddhiste? Quello del Vedānta non dualista o di quello dualista? Siamo ispirati dallo śivaismo del Kashmir? Non abbiamo alcuna tradizione di riferimento ma peschiamo qua e là? Si dovrebbe essere coscienti che ci sono importanti differenze tra queste e altre visioni, e si dovrebbe aver chiaro quali di esse influenzano le nostre opinioni personali.

2) Spiegare i termini tecnici che usiamo è di fondamentale importanza: se uso parole come «ego» , «io», «sé», «anima», eccetera, devo innanzitutto spiegare precisamente cosa intendo, senza dare per scontato che gli altri comprendano immediatamente la mia terminologia. Una volta chiarito il significato che attribuisco alle parole, la comunicazione diviene molto più semplice.

3) Lasciare andare l’idea che esista una filosofia perenne e che tutte le tradizioni sapienziali e le mistiche di tutti i tempi debbano per forza concordare perfettamente su ogni singolo punto. Il tema della «rinuncia a sé» ha davvero senso solo se inquadrato nelle singole tradizioni di riferimento: i modi in cui un lama tibetano, un bhakta vaiṣṇāva, uno yogin śivaita non dualista e un neo vedantin americano intendono la rinuncia a sé presentano delle fondamentali differenze, legate alle rispettive visioni filosofiche e ai metodi per realizzare questo fine. Semplificare e appiattire ogni differenza in nome di una presunta unità fondamentale rischia di confondere più che chiarire.

Se siete riusciti ad arrivare fino in fondo a questo post, complimenti! Il vostro ego è ormai ridotto al lumicino, e la liberazione è vicina. Chi ha mollato al secondo capoverso, ha ancora molta strada da fare. Il suo ego gli ha chiaramente impedito di concludere la lettura, e ha bisogno di lavorare ancora molto sulle sue «resistenze».

Buona pratica a tutti.

Cosa intendiamo con la parola consapevolezza? Intendiamo la pura attenzione silenziosa e non giudicante presente nel momento presente. E contemplare il corpo e la mente vuol dire osservare con questa attenzione le sensazioni fisiche, l’avvicendarsi di attrazione e repulsione nella nostra mente, il succedersi di emozioni e stati d’animo; vuol dire osservare i pensieri e le immagini che accompagnano gli stati d’animo.

Corrado Pensa da Il Silenzio tra Due Onde