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di Marco Passavanti

 Una categoria di praticante di yoga a oggi poco studiata è quella del maschio yogico occidentale (vir yogicus occidentalis). Se la sua controparte femminile gode di una cospicua visibilità mediatica ed è da tempo oggetto di colte disamine e di una mole enorme di letteratura a lei dedicata, le abitudini e il carattere del maschio yogico nostrano rimangono pressoché sconosciute ai più, forse a causa della sua netta inferiorità numerica rispetto alle yoginī, o forse a causa del radicato pregiudizio che vede nello yoga un’attività femminile e svirilizzante. Sarà perciò utile tracciare alcuni idealtipi di vir yogicus occidentalis, tanto per iniziare a circoscrivere il fenomeno. A tale proposito, dopo vari decenni di ricerca sul campo, sono arrivato a delineare otto tipologie essenziali di maschio yogico:

 

1) Lo yogin dai mille colori

Ha da poco aperto un centro olistico e, badate bene, lo yoga è soltanto una delle tante frecce del suo arco multicolore. Sa di essere il protagonista assoluto di una straordinaria storia evolutiva; sente che la fine dell’era dei pesci è vicina e che una Nuova Era sta arrivando. Da Tesla ha imparato che tutto è energia e vibrazione, e se soltanto apriste il terzo occhio lo intuireste anche voi, che poverini avete la pineale calcificata. Espone in bella vista ogni genere di diplomi, ottenuti al termine di weekend intensissimi e trasformativi; è terapeuta olistico, counselor, lifecoach e psicomago; ha armonizzato il maschile e il femminile, è intuitivo e oltre ai registri akashici sa leggere la vostra aura come un libro aperto. Oltre allo yoga offre seminari e trattamenti di ogni sorta, tutti con snack vegano incluso: astrologia karmica e costellazioni familiari, danze africane, mindfulness, viaggi sciamanici, reiki, rebirthing, rune, PNL, apertura dei cakra e risveglio di Kuṇḍalinī, massaggio sonoro e bagni di gong, spiritualità hawaiana, eccetera. I suoi segni caratteristici sono la mālā intorno al polso o al collo, il forte odore di olii essenziali che si sprigiona dall’arcobaleno delle sue vesti tempestate di OM, e l’enorme borsa nepalese che porta sempre con sé, da cui estrae cristalli e pietre magiche, palo santo, tarocchi, campane tibetane, preparati erboristici di sua produzione e l’intera collana dei libri di Anodea Judith. A volte veste rigorosamente di bianco o con colori sattvici e si rade il capo, ma la borsa e gli oggetti al suo interno rimangono identici. Si nutre prevalentemente di tisane, quinoa, kale e fiori di Bach, e teme lo zucchero bianco come la kriptonite. Ultimamente si interessa molto di antichi astronauti, scie chimiche, medicine alternative e teorie del complotto, e non si perde mai una conferenza di Biglino e Malanga. La sua concezione dell’assoluto tende a un blando monismo (è fintamente tollerante e crede in un generico «uno», ma essendo un fervente anticlericale detesta il vecchio dio padre con la barba bianca di matrice giudaica e tutti quelli che non sono «evoluti» come lui); è spirituale ma non religioso; adora la grande madre terra, le streghe, le fate e tutti gli dèi di ogni popolo conosciuto, e sa bene che tante sono le vie ma unica è la meta. Se riuscite a instaurare una conversazione alla pari con lui (tende solitamente a pontificare declamando un fiorito monologo), alla fine vi rimprovererà, ma con compassione, di stare «troppo nella testa» e di non aver ancora «aperto il cuore». Benché sia ostile verso la «scienza ufficiale» controllata dai poteri forti, vi spiegherà che lo yoga è una sapienza eterna perfettamente in linea con la moderna fisica quantistica e che anche gli sciamani Aztechi lo praticavano. Detesta mortalmente la New Age, benché ogni fibra del suo essere testimoni il contrario.

2) Il giovane hippie

Un po’ artista, un po’ sciamano, un po’ sādhu d’Occidente, lo si incontra quasi sempre di ritorno dal Costa Rica o in partenza per Goa, Rishikesh o la Thailandia. Fa cose e vede gente, e assume ogni sorta di sostanza psicotropa, che definisce genericamente «medicina». Si sposta tra un festival e l’altro a bordo di pittoreschi camper anni ottanta non revisionati. La sua pratica yogica è piuttosto discontinua e bizzarra, solitamente eseguita in gruppo all’ombra di tendoni colorati, dopo lunghe notti di danze sfrenate e sesso promiscuo. Ha bisogno di essere guidato passo passo in ogni sequenza di āsana, dato che la sua capacità di attenzione focalizzata è piuttosto malmessa. Condivide con lo yogin dai mille colori un certo modo di vestire e alcune credenze fondamentali, ma si distingue per i costumi più liberi, una studiata trasandatezza, l’afrore più selvatico, la presenza di vistosi dilatatori alle orecchie e la crocchia di dread sulla testa. Durante l’ultima sessione di meditazione dinamica ha aperto tutti i cakra e ora non vuole far altro che celebrare insieme alla sua fratellanza cosmica. Sul piano filosofico è fondamentalmente panteista (anche se non ha la minima idea di cosa voglia dire), ma nutre altresì una devozione particolare per Śiva, a cui dedica ripetute offerte di gañja. Solare e amichevole, si esprime principalmente con ululati armonici, mantra improbabili e kirtan mal pronunciati di cui ignora il significato, accompagnandosi con campane tibetane, handpan o con il suo amato didjeridoo. Vive nel presente e sente che tutto è uno.

3) L’asceta martire

Magro e taciturno, si accinge a eseguire la pratica quotidiana con l’espressione esaltata di un martire condotto al supplizio. Nelle successive tre ore il suo corpo viene sottoposto a torture di ogni genere con l’ausilio di attrezzi ordinatamente riposti in un angolo della sala; sospeso a corde o legato a sedie scomodissime, viene torto, allungato, aperto e flesso fino al limite della sopportazione. Per lui è un percorso di dolore e gioia. Il suo corpo gli appare adesso come un fascio di linee, in attesa di essere rettificato e redento. Certo, c’è ancora molto duro lavoro da fare per giungere al perfetto allineamento, ma i risultati ottenuti parlano chiaro e lasciano ben sperare per il futuro. Si riconosce dai tipici calzoncini attillati e dalla vecchia canottiera consunta. Mantiene costantemente il jālandhara bandha e i piedi paralleli, anche mentre si deterge con il nettalingua o è in fila alla cassa di NaturaSì. Le sue abitudini alimentari sono rigidissime: dopo il clistere mattutino assume un bicchiere di acqua e limone con una mela; riso integrale, dal e verdure scondite a pranzo, e una leggera vellutata di rape a cena. Quando è in vena di fare baldoria si concede una focaccia integrale e due dita di sidro di mele bio. Se conversando con lui toccate argomenti quali le intolleranze alimentari o l’Āyurveda, vi allieterà con una descrizione particolareggiata degli effetti che una dieta peccaminosa a base di zuccheri raffinati e farine bianche può avere sul vostro doṣa prevalente: feci molli e maleodoranti, eruzioni cutanee purulente, candida, muco, alitosi, eccetera. Ma per fortuna ci sono lo yoga e i digiuni, che curano tutto. Basta solo impegnarsi con costanza e determinazione e finalmente ci si purifica dal peccato.

4) Il fisicato

Nella śālā ha finalmente ritrovato sé stesso e così, dopo aver terminato un intensissimo teacher training di un mese a Bali, si dedica a tempo pieno all’insegnamento. Sportivo, estroverso, bello come il sole, vincente, tatuato (sobriamente e con gusto), sul suo tappetino da cento euro celebra ogni giorno la stessa messa postmoderna, il suo rituale di bellezza interiore ed esteriore, con sequenze dinamiche degne di un ginnasta. Fluisce con eleganza da un āsana a un altro, cosciente della sua forza e della sua virilità olimpica. Lo si incontra principalmente sui social media, dove trascorre una parte considerevole della giornata postando foto e video dei suoi handstand e dei suoi advanced backbendings. Desidera però ricordarci che la sua pratica ha soprattutto un carattere spirituale: alcune immagini lo ritraggono infatti in scenari esotici, assiso nel loto e seminudo, immerso nella profonda contemplazione del suo Vero Sé, o con le mani giunte in preghiera, nell’atto di abbandonarsi al Divino. Avido lettore di Yoga Journal, la sua conoscenza dei testi si limita a una spiegazione sommaria di quattro aforismi degli Yogasūtra (solitamente I. 2 e II. 46-48) e alle dispense ricevute durante il corso di formazione. D’altro canto, per lui lo yoga è «un percento teoria e novantanove percento pratica». Una pratica sacra che ritiene antichissima, trasmessa cinquemila anni fa da Śiva agli antichi Ṛṣi e giunta fino a lui pura e inalterata. Ma benché consideri lo yoga una disciplina dello spirito, il nostro yogin vuole anche godersi la vita: sempre entusiasta e positivo, lo si incontra a tutti gli eventi yogico-mondani, ai saluti al sole in piazza con quaranta gradi, e a tutti gli yoga festival. Il suo sogno proibito è una notte di fuoco con Kino Mac Gregor. Sarà per questo che da un po’ di tempo ha cominciato a interessarsi di tantra; lo intriga molto l’idea di conciliare il tapas con il capitalismo, gli yama e i niyama con le apericene a Ibiza.

5) Il guerriero

Da quando ha scoperto lo yoga e la via tantrica, Mario Rossi ha una lunga barba e porta il turbante; tutti i suoi commilitoni lo chiamano Beant Singh, anche se i coatti del baretto sotto casa si ostinano a chiamarlo Sandokan. Ogni mattina si sveglia alle quattro; una doccia gelata, e finalmente incomincia la vestizione del guerriero: la dura «sadhana» mattutina è la sua armatura, il respiro di fuoco la sua spada, ilmulbandh il suo scudo. Ebbro di endorfine, a quel punto i suoi cakra vibrano in sintonia con ogni ghiandola endocrina del suo corpo conferendogli forza e radianza: è finalmente pronto alla lotta, in attesa della Nuova Era. Lo si incontra nelle frequenti adunate di guerrieri e amazzoni del suo battaglione; le grandi manovre di addestramento prevedono pratiche estenuanti in cui si rimane immobili in posizioni scomodissime per periodi esageratamente lunghi, oppure si ansima e si rantola fino ad avere le labbra formicolanti, o ancora si cantano mantra su terrificanti basi campionate. Il rancio del guerriero, rigorosamente vegetariano, è ottimo e abbondante (da provare il celebre tantric burger), e naturalmente lo yogi tea scorre a fiumi. Essendo particolarmente ghiotto di aglio e cipolla, si distingue per la tipica fiatella yogica, vera arma segreta del nostro guerriero acquariano. Ubbidisce agli ordini del suo barbuto condottiero, anche ai più bizzarri, senza mai fare di testa propria. Sa di essere destinato a eccellere, ma sa anche che per farlo non deve mai e poi mai saltare la «sadhana» quotidiana. Sarebbe una mancanza grave e un atto sconsiderato: può un eroe infiacchirsi? Può un guerriero uscire allo scoperto senza calzare la sua armatura?

6) Il rājayogin

Andrea Brahmananda Rossi si dedica da oltre quarant’anni, parallelamente alla sua attività di assicuratore, allo studio e all’insegnamento dello yoga: certamente non quella roba da contorsionisti che va tanto di moda oggi nel kaliyuga, ma lo yoga quello vero, quello «tradizionale», che spesso definisce rājayoga, come ha appreso leggendo Vivekananda e frequentando molti ashram indiani. Ha una biblioteca enorme e molto demodé, dove figurano al posto d’onore le opere di Guènon, Schuon, Evola, Avalon, Jung, Aurobindo, Campbell, Eliade e tutto il catalogo Āśram Vidyā di Raphael. Ha scritto diversi libri (autopubblicati) in cui illustra il suo personale percorso iniziatico, che consiste in una sintesi ardita di yoga, arti marziali, pratiche tibetane segrete, taoismo, sufismo, tantra, zen, quarta via, bioenergetica, vedānta e teosofia. Ma per carità! La sua è Tradizione e non va confusa con il ciarpame New Age. Dalle pagine del suo blog catechizza i discepoli, da cui accetta di essere chiamato «maestro», con una fitta raffica di supercazzole spirituali a sfondo non dualista radicale. Di recente si è accostato allo śivaismo kashmiro e le sue lezioni adesso sono infiorate con citazioni di Jean Klein ed Eric Baret. Nonostante ritenga il vegetarianesimo una scelta obbligata, non riesce davvero a resistere a un bel piatto di polenta e salsicce cucinato a dovere dalla sua signora e innaffiato da uno o più bicchieri di buon vino rosso. A quel punto diventa davvero simpatico.

7) Er tantricone

Dice di avere ricevuto un’educazione cattolica repressiva, ma adesso finalmente ha preso la pillola rossa, è libero e ribelle, anzi «orgasmico». Ha infatti scoperto che la sua mente mente ma che il suo corpo dice sempre la verità. Trascorre molto tempo sui social nella paziente ricerca di una śakti con cui intraprendere un percorso alchemico estatico e trasformativo. A questo scopo è disposto a ogni trasformismo pur di sedurre la sua yoginī-dea-strega-sciamana- donna che corre coi lupi. Si dichiara śākta convinto, femminista intersezionale, e proclama con ostentata indignazione che il patriarcato è la causa di ogni male. Individuata la sua twin flame, cerca di ammaliarla con qualche frase di Osho, un verso del Vijñānabhairva e una citazione di Daniel Odier; a quel punto le prospetta un percorso esperienziale di scoperta profonda di sé grazie al quale liberarsi dei tabù e del falso io. È un percorso antico, «tantrico», che risale alla civiltà vallinda e alle culture matriarcali, la cui sapienza primordiale è stata soffocata nei secoli dal complotto patriarcale-clerico-brahmanico. Fortuna che oggi lui ha riscoperto questa antica tradizione femminile, la vera via tantrica ancestrale, ed è pronto a percorrere insieme a lei il cammino della mano sinistra, lo yoga della non dualità. Chissà perché dopo il primo appuntamento e la proposta di una sessione di naked yoga seguita da un massaggio kashmiro a lume di candela, la sua twin flame generalmente smette di rispondergli al telefono. Evidentemente la aveva sopravvalutata: poverina, è ancora repressa e non è pronta a risvegliare la Dea che è in lei accogliendo il suo Śiva.

8) Il nerd

Figura schiva e orgogliosa, è la categoria di maschio yogico più sfuggente. Una sua caratteristica essenziale è quella di voler resistere (invano) a ogni forma di vetrinizzazione della sua immagine. Pur essendo piuttosto attivo sui social, non posterebbe mai una sua foto mentre esegue virabhadrāsana in cima a una scogliera a picco sull’oceano, né tantomeno mentre prova faticosamente a realizzare un modesto stato di raccoglimento meditativo. Frequenta da anni lo stesso piccolo centro yoga di quartiere, non si preoccupa particolarmente dei suoi ischiocrurali rigidi e dei suoi ileopsoas contratti, e ama praticare da solo a casa, lontano dalle distrazioni. Perennemente scisso tra Patañjali e Foucault, tra il Buddha e Mark Fisher, si pone una quantità enorme di domande a cui cerca faticosamente di dare una risposta. In molti casi decide di intraprendere studi linguistici e filosofici seri e rigorosi, a cui si dedica per anni in modo monomaniacale. A quel punto rischia di trasformarsi in un leone da tastiera, scrivendo post caustici e commenti sarcastici contro poveri malcapitati che osano sbagliare l’ortografia o il genere dei termini sanscriti. Combatte da anni una sua crociata personale contro le campane tibetane, la New Age e le teorie del complotto a colpi di post al vetriolo. In realtà ha un rapporto ambivalente nei confronti di alcune categorie di maschi yogici: detesta l’ingenuità del multicolore, che riesce a credere all’esistenza dei cakra, ma in fondo invidia le sue solari certezze e la sua fiducia in un futuro radioso di evoluzione collettiva; non vivrebbe mai come il giovane hippie, ma sotto sotto invidia la sua spensieratezza. A quarant’anni suonati lo yoga gli ha permesso di avere un corpo sano e bene o male in forma, ma vuoi mettere gli addominali del fisicato? A volte guarda l’asceta e il guerriero e pensa che un po’ di disciplina in più non gli farebbe male. Er tantricone no, come lui non vorrebbe mai essere. Ma quando vede il rājayogin pensa che, se solo avesse avuto vent’anni nel ’68, sarebbe andato da Roma a Kathmandu a piedi ascoltando i Beatles e Jimi Hendrix, per concludere il suo viaggio ai piedi di un guru sapiente. Pensa e ripensa a tutto questo, rimugina, legge, scrive post sul suo blog, e poi stende il suo tappetino… e prova a lasciare andare.

Cosa intendiamo con la parola consapevolezza? Intendiamo la pura attenzione silenziosa e non giudicante presente nel momento presente. E contemplare il corpo e la mente vuol dire osservare con questa attenzione le sensazioni fisiche, l’avvicendarsi di attrazione e repulsione nella nostra mente, il succedersi di emozioni e stati d’animo; vuol dire osservare i pensieri e le immagini che accompagnano gli stati d’animo.

Corrado Pensa da Il Silenzio tra Due Onde