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di Marco Passavanti

Ormai è un fenomeno dilagante. Tutti abbiamo sentito parlare di legge di attrazione, di PNL, di strategie per il successo, di tecniche mentali per realizzare ogni desiderio, di metodi infallibili per realizzarsi in ogni campo della vita, eccetera eccetera. Spesso chi pubblicizza questo genere di tecniche - e i corsi a pagamento per impararle - per convincere il potenziale cliente dell’assoluta bontà del prodotto in vendita, arruola un testimonial di eccezione: nientemeno che Siddhārtha Gautama, alias Śākyamuni, in persona.

Una bella immagine del Buddha (se ne vedono anche di terribilmente kitsch), qualche citazione improbabile dei suoi discorsi, qualche frase ‘spirituale’ a effetto – magari con riferimenti a presunte conoscenze esoteriche e scientifiche non documentate – e il gioco è fatto.

 

Il tenore del discorso è grosso modo sempre lo stesso:

Vuoi realizzare tutti i tuoi sogni e i tuoi desideri? Esiste un modo per riuscirci. Gli antichi saggi ne conoscevano il segreto.

Il segreto è nella tua mente (anzi nel cervello) che può influenzare la realtà secondo i tuoi piani.

Si possono apprendere alcune tecniche e imparare come controllare gli eventi, avere successo, fare un sacco di soldi, vincere in ogni campo, avere tutto ciò che vuoi.

Se usi la tecnica giusta l’universo risponde ai tuoi desideri: non è magia ma è scienza, anzi è fisica quantistica.

Preferisco non addentrarmi nei meandri del Segreto (‘The secret’….oh yeah!), né della PNL, né di tutte le forme di pensiero positivo e simili. Non ne ho le conoscenze e neppure la voglia. Cosa c’è in fondo di più umano e universale del desiderio di avere e realizzare, del volere orientare la propria vita verso il successo e l’abbondanza? Capire cosa vogliamo davvero, saper orientare la volontà verso un fine cosciente non mi sembra affatto sbagliato, e chi sente il bisogno di fare chiarezza in un ambito così importante merita tutto il mio rispetto.

Ma confondere questo genere di tecniche con il buddhismo è tutta un’altra faccenda. Il Buddha e le tradizioni che ne hanno tramandato l’insegnamento hanno le idee molto chiare sul desiderio. Diciamolo una volta per tutte: il Buddha non era un life coach, e non ha mai insegnato come realizzare i propri desideri attraverso delle tecniche mentali. Al contrario, l’essenza del suo insegnamento implica secondo me l’esatto opposto, ovvero mettere in discussione il desiderio e il ‘desiderante’ stessi.

Quello che noi chiamiamo ‘desiderio’ in termini buddhisti è definito ‘brama’ o ‘sete’ (tṛṣṇā). Esistono tre tipi di ‘sete’:

  1. la sete rivolta agli oggetti piacevoli dei sensi (kāma-tṛṣṇā), ovvero quella tendenza a ricercare istintivamente il piacevole nella speranza di trovare conforto ed evitare il disagio.
  2. La sete di esistenza (bhava-tṛṣṇā) o ‘brama di essere’, che comprende ogni desiderio di diventare o realizzare qualcosa: diventare belli, ricchi, felici, famosi, potenti, spirituali, eccetera.
  3.  La sete di non esistenza (vibhava-tṛṣṇā), che comprende ogni desiderio di porre fine a qualcosa: eliminare le cause di disagio, le sensazioni spiacevoli, gli altri o noi stessi.

Queste tre forme di brama, secondo la visione buddhista, hanno come conseguenza principale la sofferenza, o disagio (duḥkha), e ci vincolano all’eterno ciclo della rinascita (saṃsāra).
In altri termini, la tendenza connaturata a ogni essere vivente a bramare, attaccarsi, ricercare e possedere è vista molto semplicemente come una strategia fallimentare di ricerca della felicità. L’eterno ciclo del desiderio, e gli atti che ne conseguono, ci vincolano all’eterno ciclo della rinascita. Nessun desiderio realizzato può appagarci davvero, né portare una pace perfetta ed eterna, perché gli oggetti stessi dei nostri desideri sono impermanenti, insostanziali e insoddisfacenti. Ma c’è di più: il Buddha mette in discussione il soggetto desiderante stesso, perché esiste un brama soltanto se esiste un sé personale a cui ricondurla. Chi desidera? Esiste davvero un desiderante? Quando si scopre che questo presunto soggetto è una costruzione mentale ed è vuoto e insostanziale, la brama cessa del tutto.

A mio modo di vedere, il Buddha non ha affatto criminalizzato il desiderio. Non ha assunto un tono censorio e moralistico: ci invita a guardare a fondo, a toccare con mano il carattere vuoto e insoddisfacente dell’esistenza ciclica. Questo non significa diventare inerti e insensibili, ma al contrario significa orientare la spinta del desiderio verso il risveglio e la compassione.

In questo processo la mente (citta) ha un ruolo centrale: sono le nostre intenzioni e gli atti che ne conseguono a creare la nostra felicità o la nostra infelicità in questa vita e nelle successive. La pratica buddhista consiste dunque nello scegliere e perseguire stili di vita e abitudini di pensiero salutari ed evitare quelli non salutari.

È su quest’ultimo punto che si generano molti equivoci: modificare certi schemi mentali e di comportamento, orientare il proprio pensiero e le proprie intenzioni verso fini salutari, ripulire la mente dalle emozioni disturbanti (kleśa) permette sicuramente di realizzare frutti positivi in questa vita e nella prossima, e soprattutto di evitare di rinascere in stati inferiori di esistenza. Ma confondere tutto questo con una tecnica per realizzare i propri sogni di gloria, fare soldi, trovare l’anima gemella, realizzarsi sul lavoro, eccetera è una grossa forzatura. Usare dei ‘trucchi’ per avere il controllo sulla realtà non ha molto a che fare con il buddhismo, ma molto con il pensiero magico.

È vero, molte scuole buddhiste (soprattutto la scuola cittamatra, o della ‘sola mente’) sostengono che ‘tutto è mente’ e che la mente ha un potere creativo totale. Ma nessuna di queste visioni incoraggia l’uso di tecniche, trucchi o artifici per modificare la realtà della vita a proprio piacimento e per fini mondani. Al contrario, tanti maestri buddhisti antichi e moderni insistono esattamente sull’opposto: lasciare andare la pretesa di controllare la realtà, pretesa che altro non è se non delirio di onnipotenza.

thats not

Sarebbe perciò opportuno smettere di mettere in bocca al Buddha cose che non ha mai detto: non ha mai parlato di legge di attrazione, né di PNL, né di fisica quantistica, né di pensiero positivo, né di metodi per realizzare magicamente i propri desideri. Usare la sua immagine o frammenti decontestualizzati della letteratura buddhista è un trucco classico dei venditori di merci e prodotti ‘spirituali’ o di ‘crescita personale’.

Mi sembra fin troppo evidente che questo lunapark di tecniche motivazionali, corsi online, manuali per il successo e slogan motivazionali è legato più alle ossessioni e al cattivo gusto della società dei consumi che alla sottile e tagliente filosofia del buddhismo.

each morning

Cosa intendiamo con la parola consapevolezza? Intendiamo la pura attenzione silenziosa e non giudicante presente nel momento presente. E contemplare il corpo e la mente vuol dire osservare con questa attenzione le sensazioni fisiche, l’avvicendarsi di attrazione e repulsione nella nostra mente, il succedersi di emozioni e stati d’animo; vuol dire osservare i pensieri e le immagini che accompagnano gli stati d’animo.

Corrado Pensa da Il Silenzio tra Due Onde